23.10.2019 / Archivio delle Anime. Amleto – Da Shakespeare, con Massimiliano Donato

IN COLLABORAZIONE CON L’ASSESSORATO ALLA CULTURA DI ABANO TERME

Mercoledi 23 Ottobre 2019 ore 20:45
Abano Terme, Teatro Polivalente, Via Donati, 1
ARCHIVIO DELLE ANIME. AMLETO.

Con Massimiliano Donato
Una creazione di Massimiliano Donato e Naira Gonzalez
Collaborazione all’allestimento Raffaele Echelli
Collaborazione alla drammartugia Davide Anzalone
Ricerca Musicale Barnaba Ponchielli
Elaborazione burattini Edgar Gonzalez
Costumi Manuela Marti
Disegno luci Alessandro Scarpa
Assistenza tecnica Emiliano De Pol
Produzione Centro Teatrale Umbro

Presentazione: Cristina Grazioli

La figura di Amleto non può mancare in un programma che ha per titolo generale “Inquieto pensare”. Abbiamo scelto una produzione molto interessante (a nostro modo di vedere), la rappresentazione teatrale “L’ARCHIVIO DELLE ANIME. AMLETO”.

Lo abbiamo scelto per la profonda e sensibile trattazione che ne fa Massimiliano Donato. Attore unico che interagisce e agisce dando voce ed espressione a inedite marionette.

Egli mette in scena con le marionette una “tragica magia” capace di rafforzare la lettura espressiva del testo. Le marionette sono capaci di mostrarci l’inquietudine delle relazioni che siamo in grado di agire e percepire nella vita familiare, sia in quella del principe Amleto che nella nostra “famiglia reale”.

Il dramma è familiare, universale, individuale. Ci è possibile metterlo in scena grazie alla collaborazione dell’assessorato alla Cultura del Comune di Abano Terme.

Cristina Grazioli, docente di Storia del Teatro presso l’Università di Padova presenterà Massimiliano Donato e la sua opera teatrale.
Quando della morte rimane solo il silenzio e l’odore, quando i personaggi hanno compiuto il loro tragico destino, quando il pubblico ha consumato il suo pasto e sazio dell’ eroe che pensa ha lasciato il teatro per rientrare nella sua quotidianità lasciandosi alle spalle l’artificiosa morte, chi si occupa di seppellire i sogni perchè il giorno dopo rifioriscano? E’ davanti ad una platea vuota che prende forma la figura della nostra riscrittura scenica quella del becchino.

Celebrerà lui questo dramma intessuto di domande e di dubbi, di risposte contraddittorie, di lacune che ha un’unica certezza: la morte. Quella dei personaggi ma forse anche quella degli uomini condannati a rivivere sempre uguale il loro destino, presentandoci quel pensiero sincero e crudo che cerca il senso dell’esistenza…ma pensare è un’audacia, un privilegio riservato a Dio soltanto, i cuori degli uomini sussultano, s’agghiacciano e spaccano.

A questa tragedia del disincanto non c’è cura o soluzione se non quella per il becchino di vivere in un cimitero fatto di trucchi e artifici in cui forse è ancora possibile lasciarsi incantare. Forse.

 


Tratto da “HAMLETICA” di Massimo Cacciari

LO SPETTRO DELL’AGIRE

“To be or not to be…” –  il problema sta nel come tradurre. Essere non significa fare? Non è perfetta identità di volontà e potenza lo stesso Essere sommo? Acustositas lo chiamava quel meridionale “furioso” che largo scandalo aveva suscitato sulle scene di Albione neppure due decenni prima che vi comparisse Amleto. Essere è volontà, ma volontà che compie ciò che vuole. Principio, archè, del movimento, certo, ma nient’ affatto separato, immanente, invece, alla universale motilità degli enti. Ogni ente sussiste solo in quanto energia manifestante l’actuositas dell’Essere, “motore ed esagitatur dell’universo”, “fabbro del mondo”, “artefice interno”; potenza e atto sono nel Principio co-implicati, mentre si “specificano” negli enti particolari. L’ente è in quanto simulacro del Principio che è tutto in tutti e tutti incessantemente “agita”. Di una tale visione della fecondità dell’Essere era entusiasta quel Nolano che tanti fecondissimi semi aveva sparso anche nella Inghilterra di Elisabetta, e che “decideva” di morire sul rogo, per non rinnegarli, pochi anni dopo che il principe di Danimarca nascesse nella mente di Shakespeare. “To do or not to do…” – come non-fare se lo stesso Principio è interesse, fattore e partecipe dell’animazione universale? Ma come fare? Ecco il problema. Il fare si dice in molti modi. Nel Principio volontà, decidere di fare, compimento dell’opera sono Uno; ma nella mente di questa finita esistenza? Nella potenza della sua mano? Un abisso sembra qui spalancarsi tra l’Essere sommo e questo suo simulacro! Vaghissima similitudine piuttosto che autentica analogia. Per un motivo anzitutto: operare “quaggiù” può apparire così difficile e tormentoso da indurci o “sedurci al non-fare, al decidere di “recedere” dal fare. Il nuovo dramma è questo: non più rappresentazione dell’azione, ma della domanda intorno alla sua natura, del dubbio, anzi, intorno alla sua necessità. Dran, il verbo tragico per eccellenza, l’agire-che-decide, risoluto fino alla fine, compimento o naufragio che sia, è diventato problema, question. Il protagonista non agisce che dubitando del senso del suo agire. Il suo dramma diviene interrogazione del dran. Ogni volta che la sua mente, a “imitazione” del Principio, vuole esprimersi come effettuale potenza, attuarsi, è rigettata nel suo puro essere-possibile. Ma se essere è volontà di potenza in quanto capacità di comandare e ordinare, il puro essere-possibile sarà “nome del non-essere “o dell’illusione di essere: To do significa, secondo il suo stesso etimo, potenza ordinatrice (è la “fatale” radice “dhe: e-the-ka, fe-ci, così ho disposto, così ho fatto); “not to do” è condizione spettrale. Tuttavia, lo spettro non è semplicemente “not to be”. Non può agire, certo, ma appare. Esige di essere rappresentato, pretende di avere un vicario. Ma che significa una tale pretesa? Volere un secondo se stesso? Volersi ri-presentare? Ma come potrebbe il “rappresentante” coincidere con il rappresentato? Aporie dell’idea stessa di rappresentazione. Aporie insormontabili del “teatro politico”. Aporie che lo spettro vorrebbe ignorare. Egli è il portante passato; su questa base accampa il diritto del presente. Egli è il fantasma della stirpe, cui il figlio inesorabilmente appartiene. Il fantasma non chiede di essere “redento”, ma di essere “continuato” – che la sua azione “incompiuta” venga da chi sopravvive portata a termine. Così soltanto il passato potrebbe “posare”. Ciò che è fatto produce la rete inestricabile delle condizioni in cui il fare attuale è “gettato”. Impossibile per il passato “lasciare in pace”, poiché i suoi atti esistono nell’agire presente come l’energia che impedisce a quest’ultimo di essere “incondizionato” libero. L’azione consumata consuma. Tanto immanente il passato al suo essere-presente.

filosfilosofiadivita

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